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aggregami


amnesia
vuoti di memoria

venerdì, 30 maggio 2003

A volte ritornano

È tornato. Ancora non me ne capacito. Già aveva dato il meglio di sè con l'ausilio di un noto paroliere.
Ora non so se l'accoppiata creatrice è sempre la stessa, ma l'esito è altrettanto confortante.
Ok, ho appena appurato che l'accoppiata è sempre quella: squadra che vince...
Jarabedepalo.
Bonito, todo me parece bonito...
Che bella, queste atmosfere spagnole, molto mediterranee, sto video con lui che se la passeggia e batte il cinque a tutti. Mi piaceva, forte, bella simpatica, tipo tormentone dell'estate.
E poi, è uno dei miei referrer più gettonati.
Ma oggi, il dramma. Oggi ho sentito la novità. Neanche stavolta l'artista cosmopolita ha saputo resistere alla tentazione di cantarla in *italiano*.
Ma perchè, dico io? Ok, gli italiani cantano in spagnolo perchè è facile e si vende il doppio. Ma tu, fidati, in Italia non ci accorgiamo se sei spagnolo o turkmeno, se canti in norvegese o esperanto.
Dai, abbiamo apprezzato aserejè aa ee...
E allora, non entrare in territori minati.
Soprattutto se poi chiami a scrivere il tuo amicone Jovanotto. Credevo che i picchi raggiunti dal buon vecchio Dipende, da che dipende fossero inarrivabili, ma nuovi orizzonti si aprono, mentre a Mogol gli viene una pelle d'oca alta così.
Il successone del duemila (o duemilauno, più o meno, adesso non è *yesterday*...), apprezzabilissimo anche perchè per lo più incomprensibile in lingua originale, recitava, in italiano, così:
Com'è bello questo amore
specialmente in primavera
che domani sorge il sole
perchè siamo in agosto...

MA COSA VUOL DIRE?!?!?
A parte che il "che" di "che domani" non ha alcuna ragione di esistere LÌ dove si trova, mi chiedo: ok, l'amore è bello in primavera, finchè vuoi, ma METTI UN PUNTO! Non un "che"!
Soprattutto se poi mi dici che "domani sorge il sole perchè siamo in agosto". Ora,

  1. non mi sembra che agosto sia in primavera
  2. il sole non sorge SOLO in agosto
  3. se anche tutto ciò fosse astronomicamente ammissibile, non sarebbe comunque poetico!

Ma il buon Jarabe, con illustre supporto madrelingua, continua:
e quest'onda va su e giù
e ti porta giù e su...

Neanche Bum Bum Marinetti avrebbe saputo rendere meglio l'effetto *xamamina* che sgorga da questo eclettico chiasmo.

Oggi, il Nostro, mi ha rinnovato il pomeriggio con (potrei sbagliarmi leggemente visto che non l'ho proprio imparata a memoria, ma il senso è questo):
Quanto bene che ti va
quando a te ti va bene
Quanto bene che si sta
quando qui si sta bene

Semplicemente lapalissiano. Uao.

Purtroppo ho già citato questo pezzo nella riga della "song of the day".
Rifacciamoci con

i want a new drug
huey lewis and the news

martedì, 27 maggio 2003

Piove sull'asciutto

Flebili voci, parole soffuse.
Poche occasioni per essere me.
Sguardi indolenti, fatica.
Tante, tante cose da dire. Poca voglia di dirle.
Poca voce per amnesia.

Tanto per non star fermo, negli ultimi ho fatto veramente di tutto.
È bello ritrovare persone, rivivere storie.
Non sono solo un paracadute per le amarezze, sono occasioni che abbiamo perduto.
E che, quando ritornano, ti riaprono il cuore.
Ho fatto di tutto, dicevo.
Ho visto diapositive, giocato a Monkey Island, cenato con amici che da troppo tempo erano lontani. Ho persino assistito ad un'avvincente sfida di calcio femminile.
Ho spento il pc per qualche tempo, che bene che fa.
Ho scritto, ma non qua. Ho scritto per grandi e piccini, suonato e cantato.
Ho pensato, pensato di pensare e pensato a cosa fare.
Mi sono perso il concerto dei *TreAllegriRagazziMorti* e mi perderò quello degli *Africa*. Chissà quando potrò tornare a sentirne.
Non ho visto *matrics*. Sono uno dei rari casi di omino che non ha visto neanche il primo.
Dubito che lo vedrò, non ora almeno.
C'è un film che volevo vedere. Ho scoperto che bi&lu sono andati e non me l'hanno detto. Bagasci.
È Il popolo migratore.

ho imparato a sognare
negrita

martedì, 20 maggio 2003

Di palo in frasca

Post senza senso di marcia.

Potere del blog, della rete, della comunicazione, dell'anima.
Basta un commento che dice «Vale eccome...» e sembra che tutti i tuoi problemi siano i problemi di tutti. Che c'è sempre qualcuno che magari sta passando o ha passato momenti come i tuoi. E che ha una parola da spendere per te.
Ero davvero sereno, felice e sorridente come tutte le primavere. Amo questa stagione per il suo calore, i suoi colori, i suoi temporali improvvisi, come oggi.
Ero tranquillo, e già questo doveva tenermi all'erta. I temporali sono improvvisi, sto giro.
Ora sono niente. Non so da che parte, non so come quando e con chi, ma mi alzerò.
Non ora però, ora sono solo solo.

Incuranti delle mie paturnie da adolescente inquieto e timoroso, mi si propongono addirittura interviste radiofoniche universitarie (lo sapevo che ci stanno studiando!). Sono perplesso. In questo blog io non sono io, o meglio, sono esattamente io, ma solo quello che decido di essere. Non sempre da queste poche righe si riuscirà a capire se i miei occhi sono lucidi o esplosivi, se le mie labbra si stanno contorcendo pensierose o sorridono distese, se la mia voce è squillante o tremula.
Parlare non è scrivere. Non ho iniziato il sentiero del blog per parlare o per parlarne. Non saprei cosa dire. Quello che c'è qua è quello che mi sento di lasciare per ricordare, per riflettere, per sorridere. Quello che sento nei momenti in cui scrivo. Non due minuti prima, non due minuti dopo.
Ho pensato che sarebbe più logico che in radio ci mandassi un post.

Sono stato a comprare del vino. Non ne capirò nulla, ma mi piace da matti girar per cantine. Da grande il corso da assaggiatore va fatto, sicuro.
Ho la frustrazione dell'ospitalità. Voglio poter accogliere le persone. Qui non si può. Voglio una casa aperta a tutti, ma proprio a tutti, come quella di ellebi.

Ora qualche stralcio dal fitto repertorio delle mail del giorno.

Un bel vinello è proprio quello che ci vuole.
Un paio di scarpe è proprio quello che ci suole.
Una scarpa stretta è proprio quello che ci duole.

Il criceto corre corre nella ruota, ma non sa che non arriverà mai.
Quando scenderà credendo di essere a destinazione e si accorgerà di non essersi spostato neanche di un passo, prenderà su e tornerà indietro.

Saggezza a palate.
Non è l'unica cosa che va via a palate di sti tempi.

le mie parole
samuele bersani

venerdì, 16 maggio 2003

Scava la buca, riempi la buca

Il sapiente filosofo bigio dixit:
«Quando due stanno insieme non si devono isolare troppo, perchè finchè va bene va bene, ma quando va male è melma da spalare.
E il più delle volte non hai neanche la pala.»

Questo per dare un senso alla richiesta dell'ultimo post.
Per fortuna non siamo tipi da isolarsi. Uao...
Mi sa che ce n'è comunque troppa.
In questi giorni pomeriggi sportivi (bici, basket), serate all'insegna del pallone (cempionslig, calcetto a oltranza).
E il *miusicol*. Devo finirlo domani se no mi sacagnano.
Non mi voglio fermare, ho un po' paura di sentire troppo forte il peso del vuoto.
Non voglio neanche fingere. Già provato, non serve e fa più male.
Ai tempi avevo scelto una sola parola: semplicità.
Sento che vale ancora.

l'isola che non c'è
edoardo bennato

martedì, 13 maggio 2003

Di colpo, solo

Da domani tutto sarà un po' più difficile.
Qualcuno ha una pala?

domenica, 11 maggio 2003

Così vicini, così lontani

Così vicini da sentire un respiro, un cuore che batte, un solo sospiro.
Così lontani da non sapersi ascoltare.

Così vicini da tenersi per mano, guardarsi e sognar di volare lontano.
Così lontani da non capir dove andare.

Così vicini da guardarsi negli occhi, trovarsi riflessi, bruciar come fuochi.
Così lontani da non riuscirsi a vedere.

Così vicini da correre insieme, pensar che domani può nascere un seme.
Così lontani da non volersi incontrare.

Così vicini da tuffarsi nel mare e senza voltarsi iniziare a nuotare.
Così lontani da rischiar di affondare.

Sciogli le trecce e i cavalli

Non ho mai capito come facesse a sciogliere i cavalli. Acido?

Mi piacciono i posti dove si suona dal vivo.
Un po' meno quelli dove si suona da morti.
Amo anche i locali dove si balla sui tavoli.
Un po' meno quelli dove si balla sotto.
Evidentemente un cabanotto con entrambe queste caratteristiche è per me di gran diletto.
Con questa convinzione ieri sera sono entrato in un losco anfratto a me già noto dove si esibiva un giovine gruppo musicale della città della madunina e del panetun.
E, nell'estasi della scatenata serata in cui tutti i propri guai vengono dimenticati, non ho potuto fare a meno di notare come, per quanto una giovine band si impegni per aggiungere sempre nuovi pezzi al proprio repertorio in stile anni settantottanta, con divagazioni su artisti internazionali, cantautori nostrani, opere classiche, musiche etniche, con un omaggio ai miusicol di blusbroderiana memoria, con una ricerca delle sonorità che coinvolge strumenti elettronici, campane tibetane, corni indiani e sintetizzatori amplificati, con la costruzione di un proprio caratteristico stile nel proporsi ad un pubblico di giovini e menogiovini, con la commistione di generi in un climax artistico di sicuro impatto su un uditorio gremito di elementi dall'orecchio sempre più sopraffino, ecco, in un simile contesto non ho potuto fare a meno di notare come il pezzo più amato, cantato, ballato dal pubblico in sala rimanga sempre:
« Oh lè lè / oh là là / faccela vedè / faccela toccà! »

gianna
rino gaetano

giovedì, 08 maggio 2003

La sfida finale

Ieri quasi grandissimissimo evento.
Dai Leone lotta e vinci insieme a noi.

È incredibile come certe occasioni ti portino ad identificarti in una città che ti fa da casa da oltre un quarto di secolo e ad innamorarti di una squadra, di una storia che segui fin da quando sei alto così.
E non importa a che livello si competa. Importa che si parte tutti insieme e tutti insieme si è lì per scrivere una nuova pagina nel libro delle grandi imprese.
E se anche si è perso, pazienza.
Sul pullmann del ritorno, nonostante le dieci ore di viaggio, si può dormire e ridere parlando di noi, rievocando i campioni passati e sognando i trionfi futuri.
Perchè una grande storia è fatta anche di sconfitte.
Ma domani si potrà ancora conquistare la vittoria.

it takes a fool to remain sane
ark

mercoledì, 07 maggio 2003

Trinca trinca trinca e buttalo giù con una spinta

È un mestiere che mi affascina. Il sommelier.
Che brintone, direte voi.
No, non è perchè l'arte dell'assaggio sviluppa capacità di coordinazione, sagacia, interdipendenza tra pensiero e azione.
È perchè sviluppa il *vocabolario*.
Ascolta un sommelier descrivere un vino. Improvvisamente esso si anima. Si desta, prende vita, diventa un'allegoria di sensazioni.
Assume sapori che nemmeno pensavi esistessero in natura: arancia, sedano, mapo, papaja, fragolina di bosco, ribes nero, canapa indiana.
Emana odori che non stanno nè nei flaconi di *scianel*, nè nell'erboristeria di *bobmarley* sottocasa: profumo fruttato, marino, aroma di meringa, eau de toilette, arbre magique.
Si colora di tinte che non sono contemplate neanche dalle scatole di tempere *giotto*, nè dai tuoi ripetuti esami delle urine: rosso rubino, rosso topazio, bianco smeraldo, terra di siena, giallo paglierino.
Acquista doti che non sono riconosciute neppure a illustri ed eminenti personaggi storici: è versatile, gioioso, vivace, sapido, lugubre, ameno, b+.
E quel che è più preoccupante, agisce. Vegeta, rotea, aggredisce, si dimena, rotola e rimbalza.
E tutto questo in bocca, sopra e sotto la lingua, contro il palato.
Io ascolto questi quadri di aggettivi e veleggio con la fantasia verso mondi esotici in cui la vite non cresce manco dal ferramenta. Eppure il nettare che ne scaturisce sembra inevitabilmente portare con sè un'aria caraibica, guatemalteca, indonesiana o tropicale.
Aspetto con ansia che a *gusto* presentino la recensione del *vino in carton*.
Minimo mi diranno che sa di amazzonia.

il bicchiere dell'addio
modena city ramblers

Il fiore rosso

Fuego

"Seduti insieme attorno alla fiamma che ci fa tutti uguali, che ci invita e ci riscalda."

È il mio nuovo sfondo. È un 1024x768.

domenica, 04 maggio 2003

Anime del sentiero

Non posso negare che sia un privilegio non da poco quello di poter decidere alle sette del sabato sera se *mare o montagna*. E partire, per tornare in notturna.
Non me ne vanto, certo, ma me lo tengo stretto.
Ieri sera montagna.
Era da troppo tempo che stavo lontano da quella che ogni volta mi ricorda di essere la mia culla naturale. Era da tanto che non andavamo a controllare la posta nelle nostre immaginarie cassette delle lettere a millecinquecento e millesettecento metri.
Poca strada negli scarponi, solo il tratto dalle stalle al rifugio, ma i sentieri di notte hanno un sapore diverso.
Ogni passo sembra di prendere confidenza col terreno, so già dove mettere il prossimo.
Silenzio, luna appena appena crescente, pupille dilatate.
Sereno, una stellata di quelle che parlano solo alle cime, agli alberi e ai sentieri. Di quelle che bisogna saper ascoltare. Orsa maggiore, minore, cassiopea. Sono sempre lì. Per quanto io mi sposti, loro ci sono. Mi guardano e mi conoscono più di quanto io possa conoscere loro.
Il rifugio sta vivendo i suoi ultimi mesi. Dal 1975 è li, guarda il cielo, sente scorrere l'acqua della sua fonte e il calore del fuoco. Dal 1975 accoglie tutti. Chi lo ama, i ghiri e le mucche. Ma anche chi lo ama un po' meno e, semplicemente, lo usa. Purtroppo qualcuno che ha deciso di *usarlo* solamente ha lasciato tracce indelebili.
Ora sarà ricostruito. Una pagina di storia delle nostre valli viene voltata. Noi vogliamo partecipare alla ricostruzione. Anche portando solo una pietra. Non ci va di essere sempre solo ospiti.
Il fuoco è acceso. Fiamma alta, luce che trema e sale.
Pane e salame, olive e maionese. Stiamo cenando che sono le dieci e mezza, ma potrebbe anche essere mezzanotte o le tre. Non importa.
Seduto vicino al fuoco come da troppo tempo non capitava. Seduti insieme attorno alla fiamma che ci fa tutti uguali, che ci invita e ci riscalda.
Poche parole, siamo stanchi. Qualcuno si addormenta nel più dolce dei giacigli. Anche se un po' scomodo.
Potrei stare ore ad osservare la brace. Ceneri che si illuminano e si anneriscono. Tante piccole anime che ballano. Una piccola città.
Come vedere dall'alto la vita che si sveglia, si muove e si addormenta nelle città degli uomini.
Ma stasera non ci sto. Lascio che siate voi a correre.
Io guardo la brace, la muovo, la animo.
Ascolto, e sogno.

Ora vado. Oggi pomeriggio mare.

la luna
forza venite gente

giovedì, 01 maggio 2003

L'amaca della lumaca

Primo maggio. Festa del lavoro.
Ho lavorato dieci ore filate.
Spero sia stato contento del regalo.

Oggi stavo ravanando nella terra umida. Mentre affioraveno esseri più o meno vertebrati, una domanda si faceva largo dentro me. Come avranno fatto le lumache a diffondersi su tutto il pianeta?
Voglio dire, è facile per un cormorano vivere in Normandia, copulare in Dalmazia, migrare al sud e prolificare ad Hammamet. E viceversa. Così il globo oggi può brulicare e pullulare di cormorani un po' in ogni dove.
Ma la lumaca? Cioè, la *prima* lumaca, come ha fatto a riprodursi un po' ovunque?
Non so, metti che è nata a Rovigo, al massimo al giorno d'oggi potrebbero esserci lumache fino a Lido degli Estensi, o Comacchio...
Chi le ha portate fino alla Bourguignonne?
Trovata una lumaca, non mi sembrava eticamente corretto eiettarla nella letamaia insieme a quintali di ciarpame. Così l'ho nuovamente scagliata nel suo territorio, pensando che tanto sarebbe atterrata sul morbido.
Ma mentre il simpatico animaletto corazzato eseguiva la sua traiettoria parabolica e precipitava su un cuscino di erbame, ho rapidamente risolto una complicata equazione mentale secondo cui risultava che la lumaca stava cadendo da un'altezza pari ad almeno trenta-quaranta volte il suo corpo, con un'accelerazione di 9.81 metri al secondo quadro. Davanti agli occhi mi si è dipinta l'immagine di un *bangi giamping* umano ma senza bangi. Però con sotto un materassone.
Per un po' non scaglierò più lumache.

Perchè continui a tagliare il salame?
Mi han detto di tagliarlo spesso...

la tartaruga
bruno lauzi

Giocoleria

Io riesco a sollevare un elefante con una mano.
Sì, ma trovarlo l'elefante con una mano!

Ne lanci una, ne lanci un'altra. L'occhio guarda a infinito e vede tutto.
La riprendi, sì perchè sai che cadrà lì. E allora stringi la mano, ma con dolcezza, pronto a prenderla e a farla ripartire subito verso l'alto.
Un ritmo perfetto. Una danza periodica.
Stasera ho quasi capito come funziona. Sto riuscendo a far girare le palle.

Oggi altro grandissimo evento.
Conquista la vittoria. Conquistala per noi.

chiedimi se sono felice
samuele bersani